Solitudine Emotiva
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Solitudine Emotiva

«Sentirsi soli tra la gente: il sistema di coinvolgimento sociale, le ferite antiche e il cammino di ritorno verso la connessione.»

Dott.ssa Ortensia Pavan — psicologa, psicoterapeuta, presidente e direttrice scientifica UMESI 20 giugno 2024

Il sistema di coinvolgimento sociale

C'è un'esperienza diffusa tra i giovani e meno giovani, chiamata solitudine, che non si vede all'esterno e che non implica essere oggettivamente soli, ma sentirsi soli tra la gente. È la solitudine di chi non si sente visto, di chi parla ma non si sente ascoltato, di chi è circondato da persone ma ha perso il senso di connessione con le persone reali. Siamo più connessi che mai, eppure il senso di disconnessione aumenta a tutti i livelli d'età. Abbiamo più strumenti per comunicare, ma meno spazi in cui sentirci davvero incontrati. Viviamo tra gli altri, ma non con gli altri. Parliamo, ma non ci apriamo; udiamo, ma non prestiamo attenzione. Il corpo è presente, ma qualcosa dentro si è ritirato. È una distanza che risulta invisibile agli altri, ma per chi la vive diventa un muro invalicabile. Esiste un sistema innato nell'uomo che risponde attivamente in situazioni di sicurezza: è il Sistema di Coinvolgimento Sociale, che orienta l'uomo verso gli altri, un meccanismo neurofisiologico descritto nella teoria polivagale che regola la capacità di connessione con l'altro da sé. Quando questo sistema è attivo, ci sentiamo aperti, disponibili, capaci di contatto: ciò avviene quando sentiamo che l'altro è accessibile, accogliente, degno di fiducia. Se invece percepiamo un pericolo o una minaccia, anche sottile, il sistema si disattiva per fare spazio a risposte evolutive di difesa, come l'attacco, la fuga o il blocco. Il sistema si sviluppa fin dalla nascita attraverso le relazioni di attaccamento.

A volte queste percezioni di pericolo o minaccia non hanno a che fare con le persone intorno a noi. Hanno a che fare con qualcosa di più profondo: ferite antiche, delusioni accumulate, un senso di sfiducia che si è sedimentato nel tempo. E così ci ritroviamo a vivere in difesa, anche quando non c'è nessun pericolo reale. Quando il sistema si spegne, salta la possibilità della connessione non solo con gli altri, ma paradossalmente anche con noi stessi.

Ritrovare la connessione

Chi ha perso il contatto con sé fatica a sentire cosa prova, a riconoscere i propri bisogni, a dare valore alle proprie emozioni. Si sente estraneo a se stesso, e ciò si riflette nell'estraneità verso gli altri. Vive in un giudizio costante verso se stesso, in una svalutazione sottile che lo accompagna. Non sa accogliersi e di conseguenza non sa accogliere gli altri. Non si sente degno di essere visto, e così smette di cercare lo sguardo altrui. Lavorare per ritrovare se stesso significa riattivare questo sistema che, contemporaneamente, si riattiva per ritrovare gli altri. Perché ciò avvenga è necessaria la qualità del contatto: questo richiede esperienze di sicurezza, non solo idee sulla sicurezza. Richiede relazioni in cui potersi mostrare senza paura, momenti in cui sentirsi accolti per ciò che si è, non per ciò che si fa. Richiede anche un lavoro su di sé: esplorare le percezioni che ci tengono in difesa, riconoscere le ferite che hanno spento il sistema, imparare gradualmente a fidarsi di nuovo di sé e degli altri, perché le due direzioni si alimentano a vicenda.

Comprendere come funziona questo sistema innato cambia tutto: sentirsi soli non è più una colpa, non è un difetto di carattere, ma il risultato di esperienze che hanno insegnato al sistema nervoso a proteggersi. La nuova scienza dei rapporti umani ci insegna che ciò che è stato appreso può essere trasformato, e che essere connessi con se stessi e con gli altri è un bisogno biologico: il fondamento della sicurezza interiore è il senso di appartenenza. Forse il primo passo è riconoscere quella solitudine per ciò che è, non negarla, non coprirla con l'attività, non anestetizzarla con le distrazioni. Guardarla, nominarla, accoglierla. Perché è proprio da quel riconoscimento che può iniziare il cammino di ritorno: verso sé, verso gli altri, verso quella connessione che la nostra natura non smette mai di cercare.

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